Il personale militare tra rischi professionali e sorveglianza sanitaria: tutelare la salute per garantire l’operatività


Il personale militare tra rischi professionali e sorveglianza sanitaria: tutelare la salute per garantire l’operatività

Quando si parla di salute e sicurezza sul lavoro, l’immaginario collettivo si concentra generalmente sulle fabbriche, sui cantieri, sugli ospedali o sulle grandi infrastrutture. Più raramente si considera il personale militare come una popolazione lavorativa esposta a rischi professionali complessi e, in alcuni casi, difficilmente riscontrabili in altri settori.
Essere militari, infatti, non significa soltanto essere preparati a operare in scenari di guerra. Le attività quotidiane comprendono addestramento fisico, impiego di armi, conduzione e manutenzione di mezzi, attività di volo o navigazione, vigilanza, soccorso, gestione delle emergenze, movimentazione di carichi, lavoro notturno, permanenza in ambienti confinati e missioni in aree caratterizzate da condizioni climatiche, sanitarie e geopolitiche critiche.

Il rischio professionale militare nasce quindi dall’interazione tra fattori fisici, chimici, biologici, ergonomici, organizzativi e psicologici. A questi si aggiunge una peculiarità fondamentale: molte esposizioni non avvengono in condizioni lavorative ordinarie, ma in contesti nei quali la priorità operativa può limitare la possibilità di applicare integralmente le misure preventive normalmente adottabili in un ambiente civile.
La tutela sanitaria del personale militare non può, pertanto, esaurirsi nella verifica dell’idoneità fisica al servizio. Deve configurarsi come un sistema continuativo di prevenzione, sorveglianza degli esposti, diagnosi precoce, promozione della salute e monitoraggio degli effetti a medio e lungo termine. Proteggere la salute del militare significa tutelare la persona, ma anche preservare la capacità operativa dell’intera organizzazione.

Il militare come lavoratore

Il decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, si applica anche alle Forze armate e di polizia, tenendo conto delle effettive particolari esigenze connesse al servizio svolto e alle peculiarità organizzative. La specificità dell’attività militare, quindi, non elimina il diritto alla tutela della salute e della sicurezza: richiede piuttosto che i principi generali della prevenzione siano adattati alla struttura gerarchica, alle esigenze operative e alla natura delle missioni.
Nel settore della Difesa tali peculiarità sono disciplinate anche dal decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90, contenente il Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare. La normativa attribuisce alla sanità militare compiti di studio, prevenzione e tutela della salute dei lavoratori dell’Amministrazione della Difesa, compresa l’attività di medicina occupazionale.
Un primo punto deve essere chiarito: l’idoneità al servizio militare e la sorveglianza sanitaria prevista dalla legislazione sul lavoro non sono concetti perfettamente sovrapponibili.
L’idoneità al servizio riguarda la capacità complessiva del soggetto di appartenere alle Forze armate e di svolgere determinate funzioni. La sorveglianza sanitaria occupazionale, invece, è costruita sui rischi presenti nella specifica attività lavorativa. Un militare può essere generalmente idoneo al servizio, ma necessitare di controlli mirati perché esposto, per esempio, a rumore impulsivo, vibrazioni, carburanti, radiazioni, movimentazione di carichi o lavoro notturno.
È quindi essenziale che la valutazione sanitaria tenga conto non soltanto del grado e dell’incarico formalmente ricoperto, ma delle esposizioni reali, della loro intensità, della durata e della possibile associazione tra più fattori di rischio.

Un ambiente professionale ad alta complessità

Non esiste un’unica professione militare. Un pilota, un sommergibilista, un artificiere, un addetto alla manutenzione, un operatore delle forze speciali, un sanitario impiegato in missione e un lavoratore amministrativo appartengono alla stessa organizzazione, ma presentano profili di rischio profondamente diversi.
Anche all’interno della medesima mansione le condizioni possono cambiare rapidamente. Il personale può lavorare per lunghi periodi in una sede ordinaria e successivamente essere inviato in missione in aree caratterizzate da temperature estreme, agenti infettivi endemici, difficoltà logistiche, minacce ambientali o esposizione a eventi traumatici.
La valutazione dei rischi dovrebbe pertanto essere dinamica e costruita almeno su tre livelli:

Questo modello consente di superare una sorveglianza sanitaria standardizzata e uguale per tutti, orientandola verso protocolli realmente coerenti con il profilo professionale individuale.

Rumore, esplosioni e salute uditiva

Il rumore rappresenta uno dei rischi più caratteristici dell’attività militare. Armi da fuoco, esplosioni, motori aeronautici, mezzi cingolati, sale macchine navali e attività di manutenzione possono produrre livelli sonori molto elevati. A differenza del rumore industriale, spesso relativamente continuo e prevedibile, quello militare può essere impulsivo, improvviso e di altissima intensità.
L’esposizione può determinare una perdita uditiva progressiva, ma anche un trauma acustico acuto. Possono comparire acufeni, sensazione di orecchio pieno, difficoltà nel riconoscimento del parlato e alterazioni della capacità di localizzare la provenienza dei suoni. Si tratta di conseguenze che incidono sulla qualità della vita, ma anche sulla sicurezza operativa: comprendere un ordine, percepire un segnale d’allarme o identificare la direzione di un rumore può essere decisivo.
Una revisione sistematica ha stimato che il rumore professionale contribuisca in maniera rilevante alla perdita uditiva nella popolazione lavorativa, mentre gli studi condotti sui veterani mostrano una frequente associazione tra rumore militare, blast, acufeni e deficit uditivi (Lie et al., 2016; Theodoroff et al., 2015).
La prevenzione non può limitarsi alla consegna di cuffie o inserti auricolari. Sono necessari una mappatura delle sorgenti, sistemi di protezione compatibili con la comunicazione operativa, addestramento al corretto utilizzo, controllo dell’effettiva attenuazione e programmi audiometrici longitudinali. L’audiometria periodica assume maggiore valore quando viene confrontata con un esame basale affidabile, perché permette di identificare precocemente uno spostamento della soglia uditiva.
Occorre considerare anche le esposizioni combinate. Alcune sostanze chimiche, come solventi e carburanti, possono esercitare effetti ototossici o potenziare il danno prodotto dal rumore. Uno studio sul personale aeronautico australiano ha rilevato effetti uditivi sfavorevoli associati all’esposizione congiunta a carburante per aviazione e rumore, confermando la necessità di valutare il rischio complessivo e non ogni agente separatamente (Fuente et al., 2019).

Vibrazioni, mezzi e apparato muscoloscheletrico

La conduzione di veicoli militari, mezzi blindati, elicotteri, imbarcazioni e mezzi speciali può esporre a vibrazioni trasmesse al corpo intero o al sistema mano-braccio. La durata dell’esposizione, il tipo di terreno, la postura vincolata e il peso dell’equipaggiamento possono favorire lombalgie, cervicalgie, disturbi articolari, affaticamento e riduzione della precisione motoria.
A questi fattori si aggiungono i carichi fisici tipici dell’addestramento e delle attività operative: corsa, marcia prolungata, superamento di ostacoli, trasporto di zaini, armi e dispositivi di protezione, movimentazione di materiali e recupero di persone ferite.
Gli infortuni muscoloscheletrici rappresentano una delle principali cause di limitazione dell’attività e perdita di giornate operative nelle popolazioni militari. Le revisioni disponibili individuano tra i fattori associati all’infortunio una precedente lesione, il sovrappeso, l’aumento dell’età, una preparazione fisica non adeguata e programmi di allenamento non sufficientemente progressivi (Bunn et al., 2021; Sammito et al., 2021).
Il rischio, tuttavia, non dipende soltanto dalle condizioni individuali. Un ruolo importante è svolto dalla progettazione dell’addestramento, dal recupero insufficiente, dalle calzature, dalle superfici, dalla distribuzione del peso e dall’ergonomia dell’equipaggiamento. Considerare ogni infortunio come conseguenza di una scarsa preparazione personale significa trascurare una parte rilevante del problema.
La prevenzione dovrebbe comprendere programmi di condizionamento progressivo, valutazioni funzionali, studio biomeccanico dei compiti, adattamento dei carichi e riconoscimento precoce dei sintomi. Una meta-analisi ha evidenziato che specifici programmi preventivi basati sull’esercizio possono ridurre il rischio di lesioni muscoloscheletriche nel personale militare (Bunn et al., 2024).

Microclima e condizioni ambientali estreme

Le operazioni militari possono svolgersi in ambienti molto caldi, freddi, umidi, desertici, montani o ad alta quota. In tali condizioni l’organismo deve mantenere l’equilibrio termico mentre affronta attività fisica intensa, equipaggiamento pesante, protezioni balistiche e limitata disponibilità di acqua o riposo.
Il calore può provocare disidratazione, crampi, esaurimento da calore e colpo di calore. Quest’ultimo rappresenta un’emergenza potenzialmente letale e può insorgere anche in persone giovani e allenate. Il freddo, al contrario, può determinare ipotermia, congelamento, riduzione della destrezza manuale e peggioramento della capacità decisionale.
La prevenzione deve tenere conto dell’acclimatazione, dell’idratazione, del carico metabolico, dell’abbigliamento, dei turni di recupero e delle condizioni cliniche individuali. Anche alcuni farmaci o episodi pregressi di patologia da calore possono aumentare la suscettibilità.
Gli eventi termici non dovrebbero essere valutati soltanto come episodi acuti. Devono essere registrati e analizzati, perché la loro distribuzione può segnalare problemi nell’organizzazione dell’addestramento, nell’acclimatazione o nelle misure di emergenza.
Il personale impiegato all’aperto è inoltre esposto alle radiazioni ultraviolette solari. Un’esposizione cumulativa non adeguatamente controllata aumenta il rischio di danni oculari e cutanei, comprese le neoplasie della pelle. L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda, per i lavoratori outdoor, una combinazione di protezioni individuali, abbigliamento adeguato, occhiali filtranti, gestione degli orari e formazione sul riconoscimento precoce delle lesioni sospette.

Agenti chimici e contaminanti

I rischi chimici militari non riguardano soltanto eventuali scenari di guerra chimica. Nella normale attività possono essere utilizzati carburanti, oli minerali, solventi, vernici, detergenti, fluidi idraulici, lubrificanti, prodotti per la manutenzione, esplosivi e sostanze presenti nei sistemi antincendio.
Le modalità di esposizione comprendono inalazione, contatto cutaneo e, più raramente, ingestione accidentale. Le conseguenze dipendono dalla sostanza, dalla dose, dalla durata, dall’impiego dei dispositivi di protezione e dalla presenza di esposizioni multiple.
Particolare attenzione deve essere riservata agli ambienti poco ventilati, alle operazioni di rifornimento, alla manutenzione aeronautica e navale, ai poligoni di tiro e alle attività di bonifica. Il particolato prodotto dalle esplosioni e dalla combustione può contenere una miscela complessa di polveri, metalli e residui chimici.
Nelle missioni internazionali possono aggiungersi fumi da combustione, contaminanti ambientali, sabbie fini, inquinamento atmosferico e sostanze di origine non sempre immediatamente identificabile. In questi casi diventa essenziale documentare il luogo, il periodo, l’attività svolta e l’eventuale evento espositivo. Senza una ricostruzione accurata, la comparsa di una malattia a distanza di anni può essere difficilmente collegata al servizio.
La cartella sanitaria e di rischio dovrebbe quindi conservare la storia professionale ed espositiva del militare nel tempo, comprese le missioni effettuate e gli incidenti rilevanti. La qualità della documentazione è parte della prevenzione, non un adempimento puramente amministrativo.

Agenti biologici e missioni internazionali

Il personale militare può essere impiegato in aree nelle quali sono presenti malattie infettive non endemiche in Italia. Il rischio dipende dalla destinazione, dalle condizioni igienico-sanitarie, dal tipo di alloggio, dal contatto con popolazioni locali, animali, vettori o acque contaminate.
Tra le possibili minacce rientrano infezioni trasmesse da alimenti e acqua, malattie respiratorie, patologie trasmesse da zanzare o altri vettori, tubercolosi, epatiti e zoonosi. Il personale sanitario militare presenta inoltre rischi analoghi a quelli degli operatori sanitari civili, inclusa l’esposizione a sangue e materiali biologici durante il soccorso.
La prevenzione deve iniziare prima della partenza con una valutazione sanitaria individuale, l’aggiornamento vaccinale, l’eventuale profilassi farmacologica, la formazione sulle misure igieniche e la preparazione per specifici rischi locali. Deve proseguire durante la missione attraverso sistemi di segnalazione epidemiologica e continuare al rientro, soprattutto quando compaiono febbre, disturbi gastrointestinali, respiratori o dermatologici.
Il controllo al rientro non dovrebbe diventare una visita burocratica uguale per tutti. Deve essere modulato in base alla destinazione, alle attività svolte, agli incidenti occorsi e ai dati epidemiologici disponibili.

Radiazioni, campi elettromagnetici e ambienti speciali

Alcune categorie possono essere esposte a radiazioni ionizzanti, per esempio nel settore sanitario, nella gestione di specifici apparati o in particolari contesti tecnico-operativi. Altre lavorano in prossimità di radar, antenne, sistemi di telecomunicazione e sorgenti di campi elettromagnetici.
La valutazione deve essere effettuata sulla base delle caratteristiche delle apparecchiature, dei livelli misurati, dei tempi di permanenza e delle procedure adottate. La semplice appartenenza a un reparto non permette di definire automaticamente l’esposizione: occorre ricostruire concretamente le mansioni e gli scenari operativi.
Vi sono poi ambienti caratterizzati da pressioni non ordinarie, come quelli subacquei, iperbarici o aeronautici. Piloti, equipaggi di volo, paracadutisti, palombari e sommergibilisti possono essere sottoposti a ipossia, variazioni pressorie, accelerazioni, cinetosi, disorientamento spaziale e condizioni che richiedono protocolli sanitari altamente specialistici.
In questi settori la sorveglianza sanitaria deve integrarsi con la medicina aeronautica, subacquea e iperbarica, evitando sovrapposizioni ma anche vuoti di controllo.

Turni, sonno e fatica operativa

La continuità delle attività militari richiede spesso lavoro notturno, turni prolungati, reperibilità e rapide variazioni degli orari. Durante le missioni il sonno può essere ridotto o frammentato da rumore, caldo, stato di allerta, condivisione degli spazi e necessità operative.
La fatica non è soltanto una sensazione soggettiva. Riduce l’attenzione, rallenta i tempi di reazione, peggiora il giudizio e può aumentare il rischio di incidenti. Nel personale che guida mezzi, controlla sistemi complessi o maneggia armi, una compromissione anche lieve può avere conseguenze importanti.
Una cultura professionale che interpreta la stanchezza come segno di debolezza rischia di ostacolare la segnalazione precoce e di normalizzare condizioni non sicure. La prevenzione deve comprendere una gestione razionale dei turni, periodi minimi di recupero, formazione sulla fatica, controllo dei disturbi del sonno e valutazione delle condizioni individuali che possono compromettere la vigilanza.
La sorveglianza sanitaria può individuare insonnia, apnee ostruttive del sonno, eccessiva sonnolenza diurna o difficoltà di adattamento ai turni. Tuttavia, non può sostituire una corretta organizzazione del lavoro: un problema organizzativo non deve essere trasformato in un difetto sanitario del singolo.

Rischi psicologici e salute mentale

Il personale militare può essere esposto a eventi traumatici, minaccia alla propria vita, morte o ferimento di colleghi e civili, responsabilità operative elevate, isolamento e ripetute separazioni dalla famiglia. Anche in assenza di combattimento, la pressione gerarchica, i turni, la mobilità, il carico di responsabilità e l’incertezza possono produrre uno stress rilevante.
Le conseguenze possibili comprendono disturbi del sonno, ansia, depressione, abuso di alcol o sostanze, burnout e disturbo da stress post-traumatico. Non tutte le persone esposte a un evento traumatico svilupperanno una patologia, ma il rischio aumenta con l’intensità e la ripetizione dell’esposizione, la mancanza di supporto e la presenza di precedenti vulnerabilità.
Le stime relative al disturbo post-traumatico variano considerevolmente in base alla popolazione e ai criteri utilizzati. Una meta-analisi ha rilevato una prevalenza post-deployment del 5,5% nei campioni generali e del 13,2% nelle unità di fanteria operativa, evidenziando quanto il livello di esposizione al combattimento possa modificare il rischio (Kok et al., 2012). Una revisione comprendente 185 studi ha inoltre confermato l’impatto che le missioni possono esercitare sulla salute mentale, pur con differenze significative tra contesti e individui (Bøg et al., 2018).

Uno dei principali ostacoli alla prevenzione è lo stigma. Il timore che chiedere aiuto possa compromettere la carriera o il giudizio di idoneità può indurre il militare a nascondere i sintomi. Per questo i programmi di sostegno devono garantire riservatezza, accessibilità e chiarezza sulle conseguenze delle segnalazioni.
La sorveglianza psicologica non deve trasformarsi in un controllo punitivo né in una selezione dei soggetti considerati “più forti”. Deve favorire il riconoscimento precoce del disagio, l’accesso alle cure e il reinserimento lavorativo. Particolare attenzione va riservata alle fasi successive al rientro, quando la riduzione della tensione operativa può rendere più evidenti sintomi precedentemente compensati.

Una sorveglianza sanitaria realmente orientata al rischio

La sorveglianza sanitaria è efficace quando nasce da una valutazione accurata dei rischi e quando i risultati vengono utilizzati per migliorare le condizioni di lavoro. Non dovrebbe consistere in una successione automatica di esami uguali per tutti.

Il protocollo può comprendere, in relazione alle esposizioni:

Gli accertamenti devono essere giustificati dal rischio e sostenuti da evidenze scientifiche. Eseguire molti esami non significa necessariamente svolgere una buona sorveglianza sanitaria. Test non appropriati possono produrre falsi positivi, ansia, approfondimenti inutili e impiego inefficiente delle risorse.
Il giudizio sanitario dovrebbe inoltre ricercare, quando possibile, soluzioni compatibili con il mantenimento dell’attività lavorativa: prescrizioni, limitazioni temporanee, adattamenti della mansione, recupero funzionale e rivalutazione. La tutela non coincide automaticamente con l’esclusione dal servizio.

Dalla salute individuale alla sorveglianza epidemiologica

La visita medica tutela il singolo, ma i dati aggregati e anonimizzati possono tutelare l’intera popolazione militare. Se in uno specifico reparto aumentano gli acufeni, le lombalgie, le dermatiti, gli episodi di stress termico o i disturbi del sonno, il sistema dovrebbe essere in grado di riconoscere il segnale.
Questa è la differenza tra una sorveglianza sanitaria solamente clinica e una sorveglianza epidemiologica occupazionale. La seconda analizza la frequenza degli eventi per reparto, mansione, sede, missione, mezzo impiegato e durata dell’esposizione, nel rispetto della riservatezza.
L’integrazione tra cartelle sanitarie, registri degli infortuni, dati ambientali e informazioni operative può permettere di individuare precocemente nuovi rischi. Ciò richiede sistemi informativi interoperabili, qualità dei dati e regole chiare sull’accesso alle informazioni.
La digitalizzazione offre possibilità importanti, ma introduce anche un problema delicato: i dati sanitari del personale militare sono informazioni particolarmente sensibili. Devono essere separati dalle valutazioni disciplinari e utilizzati esclusivamente per finalità sanitarie e preventive, secondo i principi di necessità, proporzionalità, sicurezza e riservatezza.

Prevenzione e capacità operativa: due obiettivi inseparabili

La salute del personale non è un elemento in conflitto con l’efficienza militare. Un operatore affaticato, con un deficit uditivo non riconosciuto, un disturbo muscoloscheletrico trascurato o un disagio psicologico non trattato può trovarsi in difficoltà proprio quando gli viene richiesta la massima precisione.
La prevenzione deve quindi essere considerata parte dell’addestramento e della preparazione operativa. Ciò significa progettare meglio le attività, scegliere attrezzature ergonomiche, monitorare le esposizioni, favorire il recupero, promuovere l’uso corretto dei dispositivi di protezione e costruire una cultura nella quale segnalare un problema non venga confuso con una mancanza di disciplina.
Il personale deve essere coinvolto nella valutazione dei rischi, perché chi utilizza quotidianamente un mezzo o svolge una determinata attività possiede informazioni che non sempre emergono dalla sola analisi documentale. Anche i mancati infortuni, i malfunzionamenti, i sintomi ricorrenti e le difficoltà operative devono poter essere segnalati senza timore di conseguenze improprie.

Conclusioni

Il personale militare costituisce una popolazione lavorativa caratterizzata da esposizioni multiple, variabili e talvolta eccezionali. Rumore impulsivo, vibrazioni, carichi fisici, microclima estremo, sostanze chimiche, agenti biologici, alterazioni del sonno ed eventi traumatici possono sovrapporsi nel corso della carriera e produrre effetti immediati o tardivi.
Per affrontare questa complessità non è sufficiente accertare periodicamente l’idoneità generale. Occorre una sorveglianza sanitaria costruita sulle esposizioni reali, capace di accompagnare il militare dall’ingresso in servizio fino alle fasi successive alle missioni e, nei casi necessari, anche dopo la cessazione dell’esposizione.
La sfida consiste nel passare da una medicina prevalentemente certificativa a una medicina militare occupazionale realmente preventiva: integrata con la valutazione dei rischi, supportata dai dati epidemiologici e attenta alla salute fisica e psicologica.
Tutelare la salute del personale militare significa riconoscere che dietro ogni funzione operativa vi è prima di tutto una persona. Ma significa anche comprendere che la prevenzione, lungi dal ridurre l’efficienza, rappresenta una condizione essenziale della prontezza, della continuità e della sicurezza delle operazioni.


A cura della Dr.ssa Katiuscia Vella e del Prof. Dr. Ivan Sciarretta P. HD.