
Le morti fanno più rumore del silenzio
Andrea Moretti aveva 22 anni. È morto lavorando di notte al Colosseo. Un’altra vita spezzata che interroga la sicurezza, la prevenzione e quella medicina del lavoro chiamata ad arrivare prima del dolore.
Andrea Moretti aveva ventidue anni. Nella notte tra il 22 e il 23 settembre stava lavorando all’interno del Colosseo, impegnato nell’installazione del nuovo impianto di illuminazione dell’Anfiteatro Flavio. Era un operaio specializzato nei lavori in fune e in quota.
Intorno alle 00.30, nel settore del secondo ordine, è precipitato da un’altezza di circa dieci metri. I soccorritori del 118 hanno tentato di rianimarlo, ma non c’è stato nulla da fare. Sulla dinamica dell’incidente stanno svolgendo accertamenti la magistratura, i carabinieri, l’Ispettorato del lavoro e lo Spresal della Asl.
Ventidue anni. Un’età nella quale si dovrebbe progettare il futuro, non perdere la vita mentre si lavora, di notte, sospesi nel vuoto.
Il primo pensiero deve andare ad Andrea, alla sua famiglia, agli amici e ai colleghi che erano con lui. A chi ha ricevuto una telefonata capace di dividere per sempre il tempo in un prima e in un dopo. Ogni morte sul lavoro lascia dietro di sé un vuoto privato, profondissimo. Ma lascia anche una domanda pubblica alla quale non possiamo sottrarci: è stato fatto davvero tutto ciò che era possibile fare perché quella persona tornasse a casa?
Oggi non sappiamo se, nel caso del Colosseo, vi siano state violazioni, omissioni o carenze. Saranno le indagini a stabilirlo. Sarebbe scorretto anticiparne le conclusioni. Ma chiedere che si verifichino le procedure adottate, i dispositivi anticaduta, gli ancoraggi, l’addestramento, la vigilanza, l’organizzazione del turno notturno, le condizioni psicofisiche e la catena degli appalti non significa pronunciare una condanna preventiva. Significa pretendere verità e imparare da quanto accaduto.
La sicurezza non può essere data per presunta neppure quando a lavorare è un professionista esperto. Anzi, proprio nei lavori più complessi l’esperienza deve incontrare procedure rigorose, dispositivi adeguati, manutenzione, formazione concreta e una vigilanza che non sia soltanto burocratica.
L’anno si era aperto con la tragedia di Crans-Montana: l’incendio nel locale Le Constellation, durante i festeggiamenti di Capodanno, ha provocato 41 morti e 116 feriti, molti dei quali giovanissimi. Quella strage non appartiene alle statistiche italiane degli infortuni sul lavoro e non deve essere sommata a esse. Ma richiama la stessa cultura della prevenzione: controllare prima, riconoscere il rischio prima, intervenire prima che un soffitto infiammabile, un’uscita inadeguata, un’attrezzatura o una procedura diventino parte di una tragedia.
Anche i numeri italiani chiedono di non voltarsi dall’altra parte. L’ultimo aggiornamento INAIL disponibile si ferma al 31 luglio 2026: nei primi sette mesi dell’anno sono state presentate 422 denunce di infortunio con esito mortale avvenuto in occasione di lavoro e altre 160 relative a incidenti mortali in itinere, cioè nel percorso tra casa e lavoro. Complessivamente sono 582 denunce mortali, al netto degli studenti.
Significa una media di circa 2,7 denunce mortali ogni giorno; quasi due al giorno considerando soltanto gli incidenti avvenuti durante l’attività lavorativa. Sono dati provvisori, soggetti a verifica e revisione, e non comprendono ancora agosto e settembre. Andrea, dunque, non è dentro quel numero.
Non possiamo pertanto affermare con precisione quante siano state le vittime dal primo gennaio a questa mattina. Possiamo però dire che il bilancio ufficiale, già alla fine di luglio, descriveva una perdita quotidiana e continua. E possiamo ricordare che dietro ogni unità statistica vi sono un nome, una famiglia, un posto rimasto vuoto.
In questo sistema di prevenzione opera anche una figura spesso silenziosa: il medico competente.
È il medico che visita i lavoratori, ne segue nel tempo lo stato di salute, valuta l’idoneità alla mansione specifica e cerca i primi segnali di un’esposizione o di un sovraccarico. Ma la medicina del lavoro non consiste soltanto nel dichiarare una persona “idonea” o nel fissare la visita successiva. Il medico competente collabora con il datore di lavoro e con il servizio di prevenzione e protezione nella valutazione dei rischi, nella predisposizione delle misure di tutela, nella formazione e nell’organizzazione del primo soccorso. È parte di una rete che deve proteggere la persona prima che si ammali o si infortuni.
Non è, naturalmente, il medico competente da solo a poter impedire una caduta dall’alto. La sicurezza è una responsabilità condivisa ma non indistinta: coinvolge il datore di lavoro, i dirigenti, i preposti, il servizio di prevenzione, i responsabili degli appalti, i lavoratori e gli organi di vigilanza. Nessuno può trasformare la condivisione delle responsabilità nella loro dissoluzione.
Il medico del lavoro, però, può vedere ciò che a volte l’organizzazione non vuole vedere: la stanchezza, i turni eccessivi, una mansione non più compatibile con le condizioni di salute, un’esposizione sottovalutata, la ripetizione di piccoli incidenti e quasi incidenti. Può ascoltare chi teme di parlare. Può trasformare un segnale debole in un intervento preventivo.
È una presenza discreta. Un medico silenzioso che accompagna il lavoratore quando ancora non esiste un’emergenza, quando il pericolo non è diventato una notizia. Ed è proprio questa la forza della medicina del lavoro: arrivare prima.
Ma la prevenzione funziona soltanto se viene ascoltata. Non basta compilare documenti, distribuire dispositivi o far firmare la partecipazione a un corso. Occorre verificare che le protezioni siano davvero utilizzabili, che le procedure siano compatibili con il lavoro reale, che i tempi non obblighino a scegliere tra sicurezza e produttività e che la formazione diventi comportamento quotidiano.
Servono più controlli, personale sufficiente nei servizi pubblici di prevenzione, coordinamento negli appalti e certezza delle responsabilità. Serve anche una cultura nella quale fermare un’attività pericolosa non venga considerato un ostacolo, ma un dovere. Nessuna scadenza, nessuna apertura al pubblico e nessuna esigenza produttiva valgono una vita.
La prevenzione quasi non si vede. Quando funziona non produce titoli di giornale: produce persone che tornano a casa. È fatta di visite, sopralluoghi, addestramento, manutenzione, ascolto, segnalazioni e decisioni assunte in tempo.
Le morti, invece, fanno rumore. Fanno il rumore di una sirena nella notte, delle parole che non bastano, del silenzio improvviso di una famiglia.
Andrea Moretti aveva ventidue anni ed era al lavoro. Il cordoglio è necessario, ma da solo non è sufficiente. Onorare davvero la sua vita significa pretendere che sia fatta piena luce sull’accaduto e impedire che la sua morte venga archiviata come una fatalità inevitabile.
Perché il lavoro deve sostenere la vita, non spegnerla. E perché, nel 2026, non possiamo ancora limitarci a contare chi non è tornato a casa.
A cura della Dr.ssa Katiuscia Vella e del Prof. Dr. Ivan Sciarretta P. HD.
Le morti fanno più rumore del silenzio
