
Caivano, prima ancora che un lavoratore era un essere umano
Ci sono notizie che non possono essere archiviate sotto la fredda definizione di “incidente sul lavoro”. Ci sono vicende che, prima ancora di interrogare la giustizia, interrogano le nostre coscienze.
La morte di Salvatore Calignano, operaio edile di 61 anni, è una di queste.
Le indagini sono in corso e sarà la magistratura ad accertare fino in fondo cosa sia realmente accaduto. È giusto dirlo e ribadirlo: responsabilità, dinamiche e circostanze devono essere stabilite dagli investigatori e non anticipate da sentenze mediatiche.
Ma quanto sta emergendo è già sufficiente per porci una domanda terribile.
Come è possibile che nel 2026 un uomo possa andare a lavorare e finire agonizzante sul ciglio di una strada?
Salvatore era stato trovato in una zona isolata di Caivano, gravemente ferito, con traumi multipli. Poco prima aveva detto alla moglie di essere impegnato in un lavoro sul tetto di un capannone. La sua automobile è stata ritrovata nei pressi di quel luogo. Agli operatori del 118 avrebbe fatto in tempo a riferire di essere caduto da una scala, prima di perdere conoscenza.
Ora spetta agli inquirenti ricostruire ciò che è accaduto tra quella caduta e il momento in cui è stato trovato.
E soprattutto accertare una circostanza che, se confermata, renderebbe questa tragedia ancora più intollerabile: Salvatore è stato spostato dal luogo dell’incidente e abbandonato altrove invece di essere immediatamente soccorso?
Se così fosse, non saremmo più soltanto davanti all’ennesima tragedia sul lavoro.
Saremmo davanti a un abisso umano.
Perché quando una persona è a terra, ferita, dolorante, forse ancora cosciente, non esistono contratti, responsabilità aziendali, paure delle conseguenze o tentativi di nascondere ciò che è accaduto che possano venire prima della sua vita.
Prima si salva l’uomo.
Prima si chiama un’ambulanza.
Prima si tenta tutto ciò che è umanamente possibile per tenerlo in vita.
Poi verrà tutto il resto.
Salvatore Calignano non era soltanto “un operaio”. Era un essere umano. Un marito. Un padre. Un uomo che quella mattina era uscito di casa per lavorare e che a casa non è più tornato.
Ed è proprio questo che rende questa vicenda insopportabile.
Viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Investiamo miliardi nella ricerca scientifica. Studiamo terapie sempre più avanzate contro malattie che fino a pochi anni fa sembravano incurabili. Mandiamo sonde nello spazio, costruiamo tecnologie capaci di cambiare il mondo.
E poi dobbiamo ancora interrogarci sulla possibilità che un lavoratore ferito sia stato lasciato agonizzante su una strada?
Che progresso è, se perdiamo la cosa più elementare che dovrebbe definirci come società: l’umanità?
Ci sarà tempo per capire se Salvatore lavorasse in condizioni regolari, quali fossero le misure di sicurezza presenti, quale fosse la sua effettiva posizione contrattuale e chi si trovasse con lui. Anche su questi aspetti le indagini dovranno fare piena luce.
Ma non possiamo permettere che il tema del lavoro e della sicurezza diventi una discussione fatta soltanto di statistiche.
Dietro ogni numero c’è una persona.
Dietro ogni “morte bianca” c’è una porta di casa che non si riaprirà più. Una moglie, dei figli, una famiglia che aspettavano qualcuno che sarebbe dovuto tornare dopo una giornata di lavoro.
E se sarà accertato che qualcuno, davanti a un uomo gravemente ferito, abbia pensato prima a proteggere se stesso o a nascondere un incidente e soltanto dopo alla vita di quella persona, allora dovremo interrogarci non soltanto sulle responsabilità penali.
Dovremo interrogarci su ciò che siamo diventati.
Perché un lavoro può essere irregolare. Un cantiere può non essere a norma. Una responsabilità può fare paura.
Ma una vita umana non può essere spostata, nascosta o abbandonata.
La magistratura faccia il suo corso. Gli investigatori accertino ogni responsabilità. L’autopsia e gli altri accertamenti restituiscano alla famiglia la verità che merita.
Noi, nel frattempo, abbiamo il dovere di non voltarci dall’altra parte.
Perché Salvatore, prima di essere un operaio, era un uomo.
E un uomo ferito si soccorre.
Sempre.
A cura della Dr.ssa Katiuscia Vella e del Prof. Dr. Ivan Sciarretta P. HD.
Caivano, prima ancora che un lavoratore era un essere umano
