
Negli ultimi anni il tema delle aggressioni ai professionisti della salute è emerso con forza nel dibattito pubblico, scientifico e istituzionale. Medici, infermieri e operatori socio-sanitari sono sempre più spesso vittime di violenza fisica e verbale all’interno dei luoghi di cura, contesti che dovrebbero rappresentare per definizione spazi di protezione, fiducia e alleanza terapeutica.
Come Presidente dell’Associazione Nazionale Medicina del Lavoro A.NA.ME.L., sento il dovere di affrontare questo tema con rigore, chiarezza e senso di responsabilità, sgombrando il campo da equivoci che rischiano di indebolire il dibattito e di alimentare una narrazione fuorviante.
Una premessa necessaria: la normativa esiste
È doveroso chiarirlo con precisione giuridica: ad oggi, in Italia, esiste una normativa che tutela gli operatori sanitari dalle aggressioni.
Ciò che non esiste è una legge unica e autonoma che raccolga in un solo testo tutte le disposizioni di tutela.
Ciò che esiste, invece, è un sistema normativo articolato, coerente e progressivamente rafforzato, che riconosce la funzione pubblica del professionista sanitario e ne protegge l’esercizio.
Non siamo dunque di fronte a un vuoto normativo, ma a una struttura legislativa stratificata, che richiede conoscenza, applicazione e piena attuazione.
Il riconoscimento giuridico della funzione sanitaria
Il primo pilastro di questo sistema è rappresentato dall’articolo 583-quater del Codice Penale, introdotto dalla Legge 14 agosto 2020, n. 113.
Questa disposizione ha segnato una svolta storica: le lesioni personali commesse ai danni di personale sanitario e socio-sanitario nell’esercizio delle proprie funzioni sono oggi qualificate come fattispecie aggravate, con un trattamento sanzionatorio più severo rispetto alle lesioni comuni.
Con la stessa legge è stato istituito l’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie e Socio-Sanitarie, a testimonianza di un approccio che non si limita alla repressione, ma include prevenzione, monitoraggio e analisi del fenomeno.
Più recentemente, il Decreto – Legge 1° ottobre 2024, n. 137, convertito in legge, ha ulteriormente rafforzato il quadro di tutela, introducendo:
- misure specifiche contro la violenza e il danneggiamento in ambito sanitario;
- l’arresto in flagranza (anche differita) nei casi previsti;
- l’estensione delle tutele a tutte le figure coinvolte nei percorsi di cura e assistenza.
A questo si aggiungono le modifiche introdotte dal D. Lgs. 31/2024, che hanno reso procedibili d’ufficio le lesioni personali lievi ai danni dei professionisti sanitari, sollevando le vittime dall’onere della querela e riconoscendo la rilevanza pubblica dell’offesa subita.
Un sistema di tutele, non un reato “ad hoc”
È importante sottolinearlo: non esiste oggi un reato autonomo denominato “aggressione a sanitario”, ma esiste una tutela rafforzata all’interno del diritto penale generale, attraverso aggravanti, procedibilità d’ufficio e misure speciali.
Questa scelta legislativa non rappresenta una mancanza, bensì una precisa opzione di sistema: inserire la protezione del sanitario nell’architettura ordinaria del diritto penale, riconoscendone il ruolo essenziale per l’interesse collettivo e per il diritto costituzionale alla salute (art. 32 Cost.).
Dalla norma alla realtà: la sfida dell’attuazione
Le leggi, da sole, non bastano. La vera sfida è trasformare il quadro normativo esistente in pratiche concrete di prevenzione e sicurezza.
La violenza nei confronti dei sanitari nasce spesso da contesti complessi: sovraffollamento, attese prolungate, comunicazione inefficace, fragilità sociali e culturali.
Per questo la tutela deve essere anche:
- organizzativa;
- formativa;
- comunicativa;
- psicologica.
La sicurezza dei professionisti della salute è una condizione imprescindibile per la qualità dell’assistenza e per la tenuta del rapporto di fiducia tra cittadini e sistema sanitario.
Un messaggio di fiducia ai professionisti e ai cittadini
Nonostante la gravità del fenomeno, il momento che stiamo vivendo consente una lettura realistica ma fiduciosa.
Lo Stato ha riconosciuto, anche sul piano normativo, che la violenza contro chi cura è un attacco all’intera comunità. Questo è un messaggio potente, soprattutto per le nuove generazioni di medici e operatori sanitari.
Come Associazione, riteniamo che la strada sia tracciata: ora occorre conoscere le norme, applicarle con rigore, rafforzarle con la cultura della prevenzione.
Proteggere chi cura non è un privilegio, ma un dovere istituzionale e morale.
La tutela dei professionisti della salute è oggi una realtà normativa che va difesa, resa efficace e continuamente migliorata.
Dove il medico è tutelato, il paziente è più sicuro.
Dove la cura è rispettata, la società è più giusta.
Ed è su questo principio che dobbiamo continuare a costruire il futuro della sanità italiana.
A cura del Prof. Dott. Ivan Sciarretta PH.D.
